La bacheca della lettura

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In questa sezione sarà possibile leggere settimanalmente alcune pagine dei romanzi dei nostri autori.

Questa settimana abbiamo scelto per voi:

 

da Il soldato fantasma

残留日本兵

di Gabriella Silvia Spadoni

 

ートランドに行ったことがありませんか?

(Mai stato a Portland?)

 

Aveva l’intero mondo concentrato nel palmo della sua mano e più la scrutava, più riusciva a scorgere ogni singola catena montuosa nei solchi ruvidi che il duro lavoro gli aveva fatto increspare: ogni singolo corso d’acqua che si era adagiato nel letto delle cuciture che fiorivano sulla sua mano; le linee della vita, dell’amore, della fortuna o qualsiasi altra cosa di poca importanza. Ma lui non aveva sperimentato la fortuna e nemmeno l’amore, durante la sua vita: lui teneva in palmo i piccoli villaggi di contadini e allevatori come una qualche macchia stellare, uno spruzzo di luce a bagno nell’infinità deforme del cielo. C’erano anche forme di vita e altre entità microscopiche nella sua mano. C’era il sangue che sentiva scorrervi attraverso e mischiarsi nei fiumi in piena, i canyon delle ferite spaccate dal freddo invernale.

Esistevano pesci capaci di respirare in acqua e in aria: erano dotati di polmoni coi quali non soffocavano in nessun caso. Lui rischiava di soffocare anche in una camera ben ossigenata, perché l’aria non era mai abbastanza. Aveva l’universo intero nel palmo della mano, l’universo intero tranne che la sua casa. Al suo posto c’era il vuoto. Un’assenza minuscola in confronto all’immensità che aveva dentro, ma la mancanza di quell’infimo particolare gli faceva odiare l’infinito. I monti dalle vette innevate e le piane popolate di fiori non avevano significato alcuno: perciò continuava a stringere le dita con forza, cercava di strizzare la carne nella speranza di un miracolo.

Il vento gelido gli faceva drizzare i capelli biondissimi sulla nuca. D'improvviso, un urlo stridulo costrinse il suo sguardo a concentrarsi sulla scena: un uomo con la ventiquattro ore, ben vestito e pettinato, inveiva contro un ragazzino. Quello era piombato per terra con un tonfo sordo; l’orologio che stringeva ossessivamente fra le mani era scivolato sulla pavimentazione ghiacciata a qualche metro più in là.

“La prego, mi lasci andare!” Il ragazzo si divincolò. “Il mio treno sta per partire!”

Il medico riportò gli occhi chiari, sporgenti, sulla linea di demarcazione tra il suo mignolo sinistro e i binari coperti di brina. L’immagine di uno degli ultimi soldati che aveva provato a soccorrere, colpito da due proiettili alla schiena mentre correva per mettersi in salvo, provò a farsi spazio tra i laghi e i monti sotto il cielo stellato. Quella stessa mano si era intrufolata nel corpo della vittima per fermare una gravissima emorragia, ma lui aveva fallito. I fallimenti erano all'ordine del giorno.

Si strofinò la mano destra sul volto squadrato per trasferire un po’ di calore ai muscoli atrofizzati dal freddo. Le lentiggini rosse, che circondavano i grandi occhi sporgenti e inseguivano l’intera lunghezza del suo naso a patata, assomigliavano agli zampillanti schizzi di sangue di un soldato. Sulla barbetta millimetrica, ma appena irregolare - aveva da tempo perso la voglia di rasarsi regolarmente - erano depositati minuscoli cristalli di sudore che l’inverno aveva congelato col suo alito. Non portava i guanti, perché gli ricordavano quelli da chirurgo, in lattice. Non indossava una sciarpa: se la avvolgeva attorno alla bocca, subito gli tornava in mente la sua mascherina. Aveva solo un berretto rosso e un cappotto scamosciato color cammello. Moore era un chirurgo dalle abilità strabilianti e uno psichiatra dalla mente acuta. Il modo in cui le sue mani reggevano gli attrezzi, in cui trattava i mali altrui, in cui recava sollievo alla gente lo mostrava, agli occhi degli altri, nato per quel lavoro. L’ospedale cittadino, però, non era stato il suo habitat naturale per molto tempo: era stato spedito nei fronti di guerra più violenti, dove gli alleati e i nemici cadevano sotto l’acciaio.

Il 19 gennaio 1956 era un giovedì e il chirurgo stava seduto su una panchina di ferro della stazione di Berkeley. Si stringeva le ginocchia al petto, mentre i pantaloni di velluto grigio si raggrinzivano e contorcevano sotto il tocco spiccio delle sue mani. Aspettava un qualsiasi treno per Portland, ma gli sembrava che tutti i convogli, quel giorno, avessero deciso di ritardare per lasciarlo lì con sé stesso, a rimuginare sulla maniera in cui aveva abbandonato suo fratello Connor.

“Un altro soldato mezzo matto? Un’altra persona che vorresti riportare al sorriso?”

Il fratello si era messo una mano dietro alla nuca, me1ntre si spostava col piede in avanti: “Se solo smettessimo di fare la guerra, tu non avresti più bisogno di occuparti di stupidi matti che usano lo spazzolone del water come fucile.”

Non poteva piuttosto stare con lui? Connor aveva gli esami di ammissione all’università, in primavera e Ethan si sarebbe perso la festa per l’immatricolazione.

Casa Moore era tetra e l’aria si impregnava sempre di umido, per quanto i due fratelli stessero attenti ad arieggiarla regolarmente. La sala da pranzo era illuminata da un paio di lumini ai vapori di mercurio, che davano l’impressione di aver perso la voglia di rimanere accesi. I due si parlavano da un lato all’altro del tavolo. Ethan ebbe infine il coraggio di avvicinarsi e lo baciò sulla fronte: “Sai che devo farlo.”

L’ex chirurgo aveva visto passare sotto le sue mani parecchi ragazzi, che non avrebbero mai fatto l’università. Durante l’attacco di Pearl Harbor i feriti si contavano a migliaia. Gli era capitato di dover infilare le dita tra le carni aperte di un marinaio che chiamava la mamma, girando gli occhi all’insù. Fino al giorno precedente non si faceva problemi a bestemmiare, ma in punto di morte aveva perso tutto il suo ardore.

Uno dei lumini si spense. I due avevano sollevato lo sguardo nello stesso momento e poi lo avevano riabbassato un attimo dopo.

Connor deglutì più volte, poi riprese a parlare.

“Non so da cosa tu stia fuggendo, Ethan. Hai smesso di essere un chirurgo per diventare uno strizzacervelli solo perché sei un codardo. Avevi paura della guerra? Di restare a dormire in mezzo a un mucchio di cadaveri che non eri riuscito a salvare?” Alla fine, pensava che il fratello avesse preso la decisione di curare le menti in un comodo ospedale, piuttosto che in una base militare, per non sentirsi in colpa. “Non so se tu abbia paura del sangue. Non so nulla, Ethan. Fortunatamente non so cosa voglia dire. Ma quando suonavano le sirene? Quando suonavano le sirene…” e si era interrotto per un paio di minuti, immerso nell’amarezza dei ricordi, con occhi e pugni serrati. “Io ti amo molto, fratello mio, ma ti chiedo questo: perché rallegri le persone che soffrono lontano da qui, se ne hai una che soffre anche in casa tua?”

Il 9 dicembre 1941 Ethan Moore venne immediatamente contattato. Ricevette un telegramma per posta, così spoglio e formale da far rabbrividire persino lui, tanto abituato alle cattive notizie e alle sensazioni appiccicose di presagio: era solo un indirizzo, a Pearl Harbor. Doveva raggiungerlo con i suoi attrezzi da chirurgo, uno zaino vuoto, il documento d’identità e una carta sanitaria che accertasse il pieno delle sue forze fisiche e psichiche. Altre volte era stato testimone di situazioni particolarmente delicate, ma in quell’occasione lui conosceva il vero motivo. Il chirurgo aveva stretto quel foglio. Poteva solo immaginare cosa lo stesse aspettando, sul terreno di guerra, ma non era in grado di prevedere che gli eventi l’avrebbero poi costretto a fargli ottenere un permesso per tornare a casa. A nascondersi. Per essere al sicuro, forse per proteggere meglio Connor. O semplicemente perché nel profondo, lui un senso alle atrocità della guerra proprio non riusciva a trovarlo.

“Signor Moore, signore! Cosa ci fa qui con questo freddo?”

Il biondo si stropicciò gli occhi con i dorsi gelati delle mani. Per tutto quel tempo li aveva incastonati negli spazi vuoti tra le dita, che lasciavano intravedere la terra invasa di brina e il metallo dei binari: si erano seccati a tal punto da rendergli difficoltosa la messa a fuoco. Un uomo dal lungo cappotto blu gli si avvicinò goffamente, sollevando il cappello in segno di rispetto. “Signor Moore! Si ricorda di me? Lei ha salvato mio figlio! A Pearl Harbor, signore. Edoardo Abate…”

Lo ricordava? Erano pochi i soldati che dal 9 dicembre all’anno successivo fu effettivamente in grado di salvare. Non perché non fosse capace, al contrario, le sue doti vennero notate sin dai tempi accademici, ma perché le condizioni in cui gli uomini giungevano alla base erano indescrivibili: delle volte, a lui e all’equipe che si occupava del presidio medico era risultato impossibile assegnare un’identità. In alcuni casi, poteva soltanto afferrare la mano dell’agonizzante e sperare che le sue sofferenze finissero il prima possibile. E aveva accumulato promesse su promesse di ricordare a mogli e figli, a padri e madri, l’amore dei soldati. Il cassetto della scrivania era pieno di piastrine da consegnare a qualche parente: la maggior parte delle famiglie aveva lasciato la città per potersi rifugiare in qualche casetta sperduta di centri periferici. Quello che aveva davvero fatto era stato osservare dei ragazzi, a cui si era umanamente affezionato, che morivano dopo che lui aveva passato ore a rovistare nei loro corpi con le mani e col bisturi.

“Certo, mi ricordo di Edoardo” mentì.

L’uomo annuì energicamente e le sue guance grasse accompagnarono il movimento: “Sono tutti a Castro Valley, con mia moglie Cindy e mia madre. Avevo promesso al piccolo che una volta finita la guerra io e Edoardo saremmo andati lì a passare l’inverno. Abbiamo lasciato l’Italia tutti insieme. Oh, che scortese, signor Moore, mi perdoni! Buon anno nuovo. Le auguro che possa essere splendido, adesso che tutto si è concluso!”

La guerra era finita? Non nel luogo in cui si stava recando. Non per il ragazzo che gli avevano ordinato di incontrare. Non per sé stesso.

A causa della secchezza agli occhi non riusciva a delineare con precisione il viso paffuto del signor Abate. I suoi baffi gli apparivano come due sbuffi di fumo venuti fuori da uno stretto camino in una chiara d’alba. Avrebbe voluto allungare una mano e carezzarli per verificare la loro realtà. Anche le sue parole, strombettate con un tono di voce nasale, sembravano galleggiare in una dimensione a cui il chirurgo non apparteneva. Dovette sistemarsi nervosamente sulla panchina e aggrottare le sopracciglia per impedirsi di divagare.

“Certo.”

Abate sedette accanto allo psichiatra e sorrise: “E lei? Che ci fa qui? Dove è diretto, se posso chiederlo?”

A lui scappò una risatina isterica: “Non ci crederebbe.”

Anche Abate rise, con più naturalezza: “Dove è diretto di così tanto terribile? Non può certo essere un paese peggiore di Castro Valley!”

Altre urla, questa volta felici. Quando i due si voltarono videro una madre riabbracciare il figlio.

“Vado in Giappone” riprese Moore e venne colto da uno spasmo di terrore, con le mani screpolate che si sfregavano tra loro in cerca del caldo. “In un villaggio a nord di Kyoto.”

“In Giappone, signore?” balbettò l’altro, ora livido per la preoccupazione, “non può aspettare ancora un po’?”

“Sembra ci sia un lavoro urgente per me. E…” indicò il binario di fronte al suo. “Credo che il suo treno sia arrivato.”

“Sì… il treno!” L’altro boccheggiò, ancora scosso. “Buona fortuna, signor Moore.” Si tolse nuovamente il cappello e azzardò qualche passo all’indietro. Il portamento era divenuto più incerto, le ginocchia all’indentro: incurvate dal peso che dovevano sorreggere, tremolavano come stampelle.

“Mi saluti Edoardo.”

“Lo farò. A presto.”

Aveva ricevuto un telegramma anche quella seconda volta. Aveva sudato e tremato molto di più perché tutti, anche i suoi colleghi in ospedale, sapevano che avesse smesso di esercitare la professione di chirurgo. Ma si era fatto coraggio e aveva letto il nome del mittente: John Foster Dulles. Era stato il Segretario di Stato americano a contattarlo: gli intimava con grande urgenza a incontrarlo per un delicato affare di politica estera teso al “mantenimento della pace appena stabilita”. Ne aveva a lungo discusso con Hatoyama Ichirō, attuale primo ministro del Giappone: insieme avevano preso l’importante decisione di trasferirlo temporaneamente in prossimità di Kyoto per “un caso disperato, mai riscontrato finora e dalla risoluzione apparentemente impossibile”. Non era stato specificato nulla sul paziente, nemmeno il nome. Doveva solo fare la valigia, pettinarsi i capelli e partire.

Il suo treno, con due ore e mezza di ritardo, alla fine comparve in fondo al binario.

Non era mai stato a Portland. Ricordava benissimo la vocina squillante del Segretario di Stato che gli dava istruzioni: “Prenderai un treno a Berkeley, pernotti lì, giusto, Ethan? Posso permettermi di essere così informale, vero?” Erano nel suo ufficio di Washington, davanti alla massiccia scrivania in stile Chippendale. “Arriverai a Portland, dove una bella nave giapponese ti scorterà fino ad Osaka. Da lì, un altro treno per Kyoto. Mi hanno assicurato che qualcuno del posto ti accompagnerà a destinazione. Mai stato a Portland, Ethan? È un luogo delizioso. Dai pure un’occhiata in giro prima di essere trattenuto dai giapponesi.”

John Foster Dulles. Era così acuto che la sua intelligenza zampillava, con visibile irritazione, al di fuori dei suoi furbi occhi chiari. Anche il ghigno aveva l’aria di segreti non detti, di conoscenze illimitate.

Le sottili labbra di Dulles si arricciarono da un lato, costrinsero Ethan a sorridere a sua volta: “No, signor Dulles, non sono mai stato a Portland. Posso farle una domanda?”

“Tutto quello che desideri.”

“Perché io?”

Dulles cominciò ad aggirarsi per il suo studio: spostava e rimetteva al suo posto un piccolo fermacarte in legno sulla scrivania. “Ethan Moore, tu eri un chirurgo, giusto? So che hai deciso di ritornare a casa verso la fine del 1942, dopo aver esercitato la tua professione a Pearl Harbor per un anno intero. Poi hai deciso di iscriverti nuovamente all’università di Berkeley…”

Un nodo alla gola gli impedì di respirare correttamente.

 “…e hai ottenuto una laurea in psichiatria. Con il massimo dei voti. I tuoi successi lavorativi sono molto noti. Hai scalato le classifiche degli strizzacervelli più acuti, scusami se mi permetto. Il collegamento tra noi e i giapponesi è chiaro, no? Considera gli sviluppi diplomatici di quest’anno.” La sua risata echeggiò tra le pareti color pesca del vasto ambiente che li ospitava. “Credo che il resto tu lo abbia afferrato leggendo il telegramma. La tua intelligenza e il tuo amore per i dettagli, dicono, non si smentiscono mai. Hatoyama mi ha chiesto il miglior psichiatra che avessi in mente per evitare che il caso di un ragazzo malato diventasse un problema internazionale…” E qui sfoderò un altro dei suoi sorrisi abbindolatori, un po’ addolcito dalla studiata compassione per quel ragazzo. “Io gli ho fatto il tuo nome. È tutto nelle tue mani, Ethan Moore. La pace appena instaurata, la felicità che spetta agli americani di diritto e un futuro raggiante. Costruisci tutto questo per noi.”

Dulles accompagnò lo psichiatra alla porta, appoggiandogli con gentilezza una mano sulla spalla: “Porta con te almeno un paio di bei completi e ricorda, Ethan, di fare un giretto a Portland.”

Lui si era addormentato sui sedili consunti di quel treno ancora prima che partisse. Accompagnato dalla voce del Segretario di Stato, era volato in sogno di nuovo a Pearl Harbor, nel capanno d'emergenza a cui era stato assegnato d'ufficio. La mascherina era ben serrata sulla mascella prominente e nascondeva le occhiaie al di sopra del grande naso a patata. Indossava un camice verde chiazzato di sangue qua e là; lavorava assieme a una equipe di dieci medici, anche loro riuniti attorno allo stesso tavolo operatorio: scambiava strumentazioni con una velocità paragonabile a quella di una rotativa. L’ennesimo marinaio arrivò: venne gettato su quel tavolo da un paio di soldati chiamati come supporto alle emergenze, mentre continuava a implorare pietà e a chiedere perdono. Moore gli allungò una bottiglia di whiskey, assieme al quale fece inalare un po’ di etere e lanciò un’occhiata ai suoi colleghi. Subito gli avvicinarono forbici e bisturi, strumenti che vennero utilizzati per poter scavare nella carne del ferito ed estrarre i proiettili prima che i batteri vincessero la corsa contro il tempo. Ma perdeva troppo sangue per poter rimanere in vita e questo il marinaio lo aveva capito perciò, tutto intorpidito e impastato, mormorò: “Avvicinati, devo dirti una cosa.”

Ethan obbedì.

“Dimmi pure.”

 

人間であることがあまりにも多くを被ります

(Soffre troppo per essere un umano)

 

L’uomo sedeva per terra, con le gambe incrociate sotto al sedere, di fronte al basso tavolino di legno del suo ufficio. Aveva nella striminzita mano rugosa una tazza di tè fumante che avvicinò alle labbra: soffiò e fece un piccolo sorso, per poi posarla su un piattino. Il tintinnio ruppe il silenzio innaturale dell’ambiente e costrinse il vecchio uomo a guardarsi attorno. Sulla parete di fronte era posta una credenza piena di foto: lo rappresentavano nel corso degli anni, con la medaglia da capoclasse ben appuntata sul petto della divisa scura. Sulla seconda mensola, c’erano invece i premi universitari e umanitari che gli erano stati consegnati dall’Università di Kyoto, con la targa in calligrafia tradizionale per la laurea in antropologia. Non aveva smesso di ricevere premi nemmeno quando, dando fondo ai propri risparmi, si era scavato una nicchia per il suo ufficio nella casa di riposo Mamizu, nel villaggio di Kawakami. Riportò di nuovo le labbra al tè, sorseggiava con educazione e cautela. Non batté ciglio nemmeno quando un’infermiera piombò all’improvviso nella stanza.

“È arrivato qualcuno! Le assicuro, non avrei chiamato se non fosse stata un’urgenza!” La voce della donna era piena d’affanno e di spavento.

L’uomo si sollevò e si diede un paio di pacche sui pantaloni in velluto per liberarsi dalla polvere. Modulò un’espressione docile e piegò la testa di lato, pronto a sentire ulteriori dettagli. Le orecchie a sventola si liberarono dai pochi capelli rimasti.

“Il diavolo! Il diavolo è venuto a trovarci! Nessuno riesce a tenerlo a bada!”

Una folata di vento fece squittire le campanelle intrecciate ai nastri di seta rosa che l’uomo aveva appeso alla finestra.

“Nessun demone rimane sempre nello stesso posto per molto tempo. Chiunque esso sia, saremo pronti a prenderci cura di lui, come abbiamo fatto fino a ora.”

Il ragazzo era arrivato.

Aveva fatto finta di niente per non allarmare troppo l’infermiera, che era turbata dalle brutte notizie, ma uno degli uomini dell’Imperatore l’aveva contattato un paio di giorni prima. Lo aveva avvertito della pericolosità del giovane, di quanto la sua mente fosse ingabbiata in una realtà distorta: considerava il suo stesso paese un pericoloso nemico. Ai suoi occhi erano tutti assassini scelti che davano la caccia proprio a lui, che non aveva la benché minima intenzione di accettare che la guerra fosse finita. L’emissario, nello stesso documento, aveva confessato di aver provato a spiegargli che doveva lasciare le sofferenze alle spalle e ricominciare una nuova vita, aiutare la nazione a risollevarsi dagli esiti devastanti del conflitto.

Le urla diventavano sempre più sguaiate man mano che trascinavano il ragazzo sull’uscio del suo ufficio; era bendato e con le mani ben strette dietro la schiena: “È stato il capitano Ōba. Propaganda schifosa di questa terra marcia, ecco cosa ho pensato.” Il giovane digrignò i denti.

Non si potevano arrendere. Si trovavano su un’isola ed erano tutti codardi: era suo compito punirli.

“Bugie! Sono dappertutto, schifosi capitani! Volevo portarli via con me, tutti quanti. Kami-sama ci avrebbe giudicati. Ma mi hanno bloccato…” aveva cominciato a urlare. “Voi non potete saperlo, voi non eravate con me!”

Le infermiere che lo tenevano fermo cominciarono a piangere. Shinohara si trovava davanti al tappeto d’entrata del suo ufficio. Teneva le mani ben strette dietro la schiena.

“Sono ovunque, vogliono uccidermi, ucciderci tutti, io… Io devo ammazzarli… Tutti, devo ammazzarvi tutti!”

Shinohara Daisuke non avrebbe più dimenticato le parole che il ragazzo pronunciò quel pomeriggio, perché non avrebbe fatto altro che ripetere le stesse cose. Nessuna cura sembrava abbastanza efficace da poterlo liberare dall’enorme peso. Gli era stata affidata una tutrice, una giovane trentaduenne dai modi materni e gentili di nome Fujiwara Aika e, perlomeno nei primi tempi, la sua presenza aveva donato un po’ di pace all’anima inquieta del giovane. Ma poi le urla erano ricominciate, il numero di pazienti picchiati era aumentato e la Mamizu era nuovamente sprofondata nel disordine. Il rettore era disgustato da tutto quella confusione e aveva più volte convocato Fujiwara anche se sapeva di non poter pretendere troppo da lei. Per quanto fosse amata e rispettata dal giovane, che mai una volta l’aveva sfiorata o aveva tentato di ferirla, non riusciva davvero ad aiutarlo.

Ricordava quando avevano eseguito il primo elettroshock. Lui stesso aveva premuto sul suo viso magro uno straccio intriso di cloroformio per tranquillizzarlo. Avevano adagiato il suo corpo sul lettino della camera, illuminata a intermittenza. Un paio di assistenti tenevano fra le mani gli elettrodi a mezz’aria. Il pulviscolo sorvolava i respiri affannosi di tutti ed era brillante a causa dell’illuminazione. Due grandi mani posarono gli elettrodi sulle tempie del ragazzo. Altre due premettero un paio di pulsanti. I volti sudati dei presenti si strinsero per empatia. Poi le urla. 

Ma non accadde nulla.

“Soffre troppo per essere un umano.” Balbettava la Fujiwara, con le lacrime agli occhi. “Tutto quel peso lo sta annientando.” I resoconti della tutrice non furono positivi nemmeno per una volta. “Shinohara-san, dobbiamo trovare una soluzione. Ormai non fanno altro che parlare di lui. Come una bestia che non trova pace. Dobbiamo fare qualcosa…”

Shinohara lo aveva anche scortato alla sorgente sacra del villaggio di Iwakura. Quell’acqua era l’ultima speranza: il detto sosteneva che avesse guarito l’imperatore Reizei dalla depressione, quindi vi aveva trascinato il moribondo contro la sua volontà. Aveva tenuto la sua testa sotto la piccola cascata per una manciata di secondi e ci aveva riprovato altre dieci volte. Il risultato era stato solo un brutto raffreddore. Quindi non ebbe altra scelta: contattò il primo ministro giapponese, Hatoyama Ichirō, speranzoso che l’eccelso potesse cambiare la sorte di quel penoso moribondo.

Ebbe l’opportunità di incontrarlo direttamente nei suoi appartamenti. Il Primo Ministro giapponese parve davvero sorpreso perché mai, per quanto ne sapesse, Shinohara-san aveva avuto problemi di gestione dei pazienti. Le grandi orecchie ossute del Primo Ministro sembravano aguzzarsi a ritmo delle parole di Daisuke, disperate.

“Non l’avrei mai disturbata, Hatoyama-sama, se non fosse stata un’emergenza. So che è molto impegnato, ma non sappiamo cosa fare.” Il primo ministro aveva un visetto perfettamente ovale, con ai lati delle gigantesche orecchie a punta. “Se il ragazzo non guarisce e riesce a eludere la sicurezza del nostro istituto, io non so davvero cosa potrebbe fare in una città piena di gente. È fuori controllo e i nostri metodi e i nostri medici non sembrano competenti.” Sul capo aveva pochi capelli scuri, vittoriosi nella guerra contro lo scorrere del tempo, e la sua fronte spaziosa custodiva un ammasso di materia grigia ricco di idee e di benevolenza.

Shinohara aggiunse anche che avevano già contattato molti altri specialisti in Giappone, ma niente era cambiato.

Il Primo Ministro stropicciò il naso a patata per sollevare gli occhiali: “Shinohara-san, mi farebbe piacere incontrarlo. Non si preoccupi per la mia incolumità, faremo in modo che il giovane soldato non possa arrecare danni a nessuno.”

In quel momento, una delle sue segretarie irruppe nella stanza. Le calzature tradizionali producevano un suono secco al ritmo del passo incalzante, finché non fu abbastanza vicina da potergli sussurrare qualcosa all’orecchio. Hatoyama strinse le labbra e scosse la testa, ma non aggiunse altro. La donna di mezza età andò via con un paio di carte sottobraccio.

Shinohara non poteva rifiutare una richiesta del Primo Ministro giapponese. Ricordava bene come avessero bendato e legato il ragazzo come un maiale al macello, le sue urla e la bava, lanciata via assieme alle parole velenose. Si riusciva quasi a scorgere la sua essenza, logorata dalla guerra che aveva combattuto, al di fuori del suo corpo, come un esoscheletro che lo ingabbiava in agitate fantasie.

“Aika-chan, devi credermi. Quel Primo Ministro è d’accordo con i piani alti per uccidermi, non lasciare che mi portino lì, ti prego, lasciami andare, io devo vincere questa dannatissima guerra!” aveva urlato il giovane, mentre due uomini della guardia personale del Ministro gli bloccavano i polsi dietro la schiena. “Sono stufo di essere trascinato in questo modo! Traditori, io ho combattuto per voi, uomini nobili che invece erano a fare la cerimonia del tè, a mescolare l’infuso con il bastoncino di bambù e io ero lì fuori e ho ucciso degli uomini per salvare voi, voi dannati!”

Fujiwara Aika era scoppiata in lacrime e gli aveva accarezzato la guancia. “Vogliamo solo aiutarti, devi credermi, nessuno ti farà del male qui!”

Gli uomini di Hatoyama dovettero sedarlo tre volte per tenerlo buono. E al Primo Ministro bastarono dieci minuti in sua compagnia per comprendere la gravità della situazione.

“Shinohara-san, io voglio proporle una soluzione che potrebbe aiutare questo soldato che ti sta tanto a cuore e anche giovare alla politica pacifista appena instaurata.” E il suo interlocutore annuì, quasi impaurito dal Ministro che aveva già messo in ballo la politica, di cui Shinohara capiva davvero poco. “Ultimamente ricevo chiamate da Dulles-san, Segretario di Stato americano. Non nutro una particolare simpatia per il primo, mi dà l’impressione di essere un politico troppo furbo per poter anche essere una persona onesta, ma non voglio che i rapporti ricamati tra i due stati vengano meno a causa del mio parere personale. Se io chiedessi a Dulles-san lo specialista migliore delle loro lontane terre, la gente gioirebbe delle trattative di pace, lei non crede, Shinohara-san?”

“Un medico straniero, Hatoyama-sama? È sicuro che sia una buona idea?” Aika aveva lo sguardo basso e arrossato dalle lacrime e la schiena leggermente incurvata. “Il mio paziente non… Lui crede che la guerra…”

“Aika-chan” Shinohara le sfiorò una guancia, “se Hatoyama-sama ritiene che questa sia la soluzione migliore, noi dobbiamo fidarci di lui.”

“Il clima internazionale dell’ONU promuove collaborazioni. Credo che voi lo sappiate. Il giovane ha commesso delle azioni terribili e la radio sembra molto interessata. Dobbiamo risolvere la questione internazionalmente e nel migliore dei modi. Soprattutto adesso.”

La tutrice rivolse lo sguardo al moribondo, addormentato scompostamente sul pavimento a causa dei tranquillanti somministratogli, ma non obiettò oltre.

“Chiamerò il Segretario di Stato a un’ora più accettabile.” Continuò Hatoyama, “non vorrei destarlo dal suo riposino pomeridiano.”

Aika e Shinohara compresero che quella sarebbe stata la sentenza ultima.

Fujiwara Aika era la seconda delle tre figlie femmine che sua madre aveva partorito. Era nata nel piccolo villaggio di Kawakami, esattamente dove Daisuke aveva fondato il suo istituto, da una famiglia di umili origini. Aveva fatto il suo primo, doloroso respiro in una piccola casetta dalle pareti in bambù e le porte scorrevoli immersa in un modesto campo di riso di proprietà familiare. Il suo passatempo preferito, quando era ancora una bambina con i capelli acconciati in due morbidi odango color cioccolato, era quello di scorrazzare nel campo fangoso, immenso ai suoi lucidi occhi da ragazzina, e di parlare ai culmi per farli crescere più sani e più gravidi di frutti.

Sentiva di possedere un gran potere risanatore, perciò parlava da sola nel suo campo, giorno e notte, affinché Kami-sama potesse garantire un buon raccolto stagionale. Poi, finita l’orazione, ritornava nella piccola casa completamente ricoperta di fango e impregnata dell’odore di acqua stagnante e la sua dolce mamma la immergeva in una bacinella e la puliva con cura. Si preoccupava anche di scrostarle lo sporco dalle unghie delle mani e dei piedi. “Aika, tesoro, ti prenderai un malanno a furia di stare così tanto in quei campi. Sei così piccina e fragile, dovresti giocare qui in casa.”

“Ma Okaasan!” lei si imbronciava, “il riso ha bisogno di me per crescere bene, lo sai, vero? Canto e ogni giorno i fusti sono più alti. Tu mi credi, mamma? Credi che io sia d’aiuto?”

E la donna sorrideva con dolcezza, le scioglieva i capelli e la sciacquava con l’acqua tiepida. “Certo tesoro. Sono sicura che tu sia essenziale per quel campo. Chiunque senta la tua splendida voce si sente già meglio. Come me, proprio adesso.”

Parlò al campo fino a quando, non appena fu abbastanza grande, le anziane del villaggio le insegnarono l’arte della guarigione, l’uso degli unguenti e dei massaggi per alleviare le sofferenze dell’anima e del corpo. Non esitò nemmeno per un secondo quando Shinohara la andò a trovare per chiederle di assistere i pazienti accolti nella Mamizu. Dopo una lunga passeggiata meditativa, i due si recarono nell’umile dimora Fujiwara per preparare i bagagli. Sua madre l’aveva salutata con un bacio sulla fronte e lei aveva oltrepassato la soglia di casa, corrosa dall’umidità, senza più farvi ritorno.

Poi era arrivato colui che aveva fatto crollare il palazzo di armonia che Aika e Daisuke avevano eretto insieme, con perizia e pazienza.

“Vi farò sapere quando contatterò Dulles-san. Nel frattempo, terrete il soldato ben al sicuro. Fate in modo che si smetta di parlare di lui perché nessuno desidera che la sua sofferenza diventi grasso spettacolo per la massa internazionale. Adesso vi pregherei di ritornare nelle vostre abitazioni e di attendere mie notizie. Mi recherò negli appartamenti dell’Imperatore Hiroito per discutere con lui in maniera più approfondita. Abbiate fede.”

Il ragazzo rannicchiato sul pavimento schiuse gli occhi, lentamente, come boccioli vergini in primavera, e una piccola lacrima gli scivolò sulla guancia scavata. “La prego, Primo Ministro, non mi uccida… Di nuovo… Le bombe…” mugugnò con la bocca impastata, per poi sprofondare ancora una volta in un forzato sonno profondo.

“Abbiate fede” ripeté Hatoyama. “Lui guarirà.”