La bacheca della lettura

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La bacheca della lettura

In questa sezione sarà possibile leggere settimanalmente alcune pagine dei romanzi/sillogi dei nostri autori.

Questa settimana abbiamo scelto per voi:

 

da Si fa presto a dire mamma

di Carmela Pregadio

 

Capitolo I

Un fascio di luce veniva dalla porta socchiusa. Cercavo di vedere mio padre e mia madre che si affaccendavano spostando vari oggetti. Ero piccola e pensai: cose, che fanno con tante cose? Di Babbo Natale neppure l’ombra. Che non volesse venire proprio da me? Non ero stata un campione di obbedienza.
“Chiudi la porta“ disse papà rivolto alla mamma, e io mi ritrassi un poco, nel buio, temendo di essere scoperta.
“Ho paura di non sentire la bambina” disse mamma e io me ne tornai a letto, troppi rischi.
Sotto le coperte non trovavo nessuna posizione comoda e perfino il mio orsacchiotto mi dava fastidio.
Il cuore mi batteva forte e mi sembrava di respirare male.
Mi spostai dalla fronte un ciuffo di capelli, mi misi le dita nel naso, forse poteva essere d’aiuto, ma il cuore batteva sempre più forte: eppure, si trattava solo di aspettare, solo una notte mi separava dal giorno di Natale.
Quella fu una notte lunghissima: non ero più tanto piccola da non percepire il senso del tempo e quindi non potevo dimenticare che stava arrivando il Natale e neppure abbastanza grande da non credere alle favole, ai riti, alle feste.
Avevo già il mio cuore, però, quel cuore fatto d’ansia e di silenzio, che si vergognava di sperare nell’avverarsi delle cose belle, ma ci stava tenacemente attaccato a quella speranza come chi si sente braccato, perduto eppure non smette di cercare una via di fuga.
Ero troppo piccola per pensare, meglio la routine, i giorni tutti uguali in cui sai che cosa succederà ora per ora e non te ne importa nulla, ma neppure ti poni dei perché, al massimo ti fai una cioccolata per spezzare il tempo e darti un po’ di gioia.
Troppo piccola per pensare: meglio i regali inaspettati, le visite improvvise, i temporali, invece che questo lento passaggio di un tempo vuoto in cui si deve solo aspettare e si è come inchiodati a questa attesa. Ero troppo piccola per pensare e finii con l’addormentarmi in un bagno di sudore come quando mi veniva la febbre.
“Michi, Michela, tesoro, ti senti bene? È Natale, sai, nel salone ho visto tante cose sotto l’albero, vuoi venire con mamma e papà” e poi, a mio padre ”Ma senti come è calda, ti sembra che stia bene? Non avrà la febbre?”
“Macché febbre, è tardi avrà fame, ora facciamo colazione e poi si va a vedere se è arrivato Babbo Natale.”
Papà mi aveva presa in braccio, io mi sentivo altissima e un po’ mi girava la testa, mi stropicciavo gli occhi e avevo una specie di paura a entrare nel salone, dove mi aspettavano i giocattoli. Quando vidi tutti i pacchettini qualcosa si sciolse e cominciai a piangere: un pianto dirotto, inarrestabile, che rabbuiava i volti di mamma e papà e io li accarezzavo per dire che non volevo, ma che non potevo farne a meno: ”Scusate, scusate…”
Ero emozionata, semplice, non ricevevo mai tanta attenzione e ora che me la rovesciavano tutta addosso, la loro attenzione, che cosa potevano aspettarsi?
Se fossi stata più grande avrei capito che ero io a dover fare un dono a loro, il dono della mia allegria, della mia gioia, della mia gratitudine, perché loro potevano così trovare un senso per tutto quello che avevano fatto, ma io ero piccola e lottavo con le mie lacrime, loro erano grandi e lottavano con i loro ruoli.
Sarebbero dovuti passare molti anni per me, prima che potessi capire che quei ruoli, quei due, se li erano trovati addosso, come abiti cuciti in fretta da un sarto maldestro, non li avevano ottenuti cucendo punto su punto, con attenzione, con riflessione.
A salvare la giornata per fortuna arrivò la nonna, lei era come sempre, dolce, affettuosa, un po’ stanca, aveva portato il mio piatto preferito e ascoltava in silenzio la disapprovazione della mamma: ”Sapevi che avevo cucinato la stessa cosa per tutti, vuoi rovinarmi anche il pranzo di Natale, se Michela non mangia il cappone non muore mica, è ben in carne e poi pasticcerà tutto il giorno con i dolci che ha portato sua zia Adelina!”
Anche il nonno era rassicurante, anche lui era come sempre, un po’ burbero e un po’ sorridente, assolutamente distratto e deciso a non ascoltare le chiacchiere delle donne e a non prendere partito.
Mi abbracciò in fretta e mi spedì dalla nonna: “Vai Michela che la nonna ha qualcosa per te, ma guarda che ha collaborato anche il nonno.”
“Vuoi dire che anche tu hai pensato al mio regalo?” dissi e finalmente mi veniva da ridere.
“Certo” rispose lui, ”e come no? ma adesso tu vai da tuo padre e gli dici che è ora di servire gli aperitivi, se fai in fretta ti lascio intingere la lingua nel mio bicchiere, ma quando la mamma non guarda, perché io non sopporto i rimproveri, non sono tua nonna.”

 

Capitolo II

Lo stesso fascio di luce di quella notte di Natale ora si vede tutte le sere a casa mia: non viene più dal soggiorno, ma dalla camera di nonna che sta ormai sempre a letto e la sera, quando noi ci riuniamo per la cena, mamma lascia quella porta socchiusa per essere pronta a eventuali richiami. Ma la nonna non chiama mai. Se non arrivasse quel fascio di luce non sapresti neppure che lei c’è.
Nessuno ne parla, ma tutti aspettano che muoia.
Il medico non viene più a vederla: “Non saprei che cosa fare per la povera signora, fortunatamente non ha dolori, l’infermiera può fare tutto quello che serve, a quest’età meno si fa e meglio è. Comunque l’infermiera sa quando deve chiamarmi, se è il caso.”
“Grazie, dottore.”
Mia madre saluta il medico senza vederlo, da giorni non va dal parrucchiere, non piange mai, ma ha gli occhi ingrigiti, il naso più affilato, mette sempre più spesso gli occhiali, si avvolge in un vecchio cardigan blu, come se avesse sempre freddo.
Mio padre torna dall’ufficio con lo stesso umore di sempre, ma appena entra in casa si sente in dovere di chiedere, con aria compunta: “Come sta?”.
Mamma non risponde, si stringe un po’ di più nel suo cardigan e dice: ”Venite a mangiare che è pronto”.
Io non chiedo nulla a nessuno, vado a scuola, faccio i compiti e, quando sono sola, sento il mio cuore che batte più forte, che accelera e so che quando andrò a letto sarà ancora peggio.
Si aspetta che muoia, la nonna, mi sembra di pensare un’assurdità, ma è così: e io vorrei che facesse presto e mi vergogno di pensarlo, ma sono un’altra volta sospesa, in un tempo vuoto, che non mi porterà da nessuna parte, la sola certezza è il funerale di nonna, anche questo sarà una cerimonia.
Aspettiamo la morte, ma non è molto diverso da quando si aspetta la vita: è l’attesa, quell’attesa senza volto, che ci paralizza e non ci dà scampo.

C’era già stato un funerale, per noi. Quello del nonno. Ma lui aveva voluto essere sepolto in montagna: era nato in un piccolo centro delle Madonie, dove non mancavano il freddo e la neve.
Andando a studiare a Palermo aveva conosciuto la nonna e si erano unite così la Sicilia del sole, del calore, della vivacità e della gioia di vivere, con la Sicilia dei silenzi, della riservatezza, della introspezione.
Erano poi venuti nel Nord e il nonno si rifugiava spesso sulle montagne del Trentino dove aveva pochi e scelti compagni di strada. Alla nonna mancava il mare, ma solo per visitare i luoghi naturali più amati accettavano di separarsi e tornavano dai loro viaggi più vicini di prima, grati dell’essere liberi e insieme.
Certo la nonna, nei suoi soggiorni al mare, si portava le figlie, che tutte, come lei, chi per amore del sole chi per la poca voglia di camminare, amavano il mare.
Il nonno, lo aveva detto, voleva essere sepolto in montagna: aveva eletto a sua seconda patria un piccolo paese sopra Trento dove abitava il suo amico più caro anche se proprio cadendo lassù si era procurato quelle fratture che lo avevano distrutto.
Durante una passeggiata, in cui era solo, aveva inciampato per guardare un cerbiatto non troppo lontano da dove si trovava.
Quando la nonna, accorsa al suo capezzale, gli aveva chiesto che cosa era successo, come aveva potuto cadere, lui, che conosceva così bene quelle montagne, era riuscito a raccontare l’incontro con il cerbiatto e poi aveva detto: ”Aveva due grandi occhi scuri, mi sembravano gli occhi di Michela“.
La nonna mi aveva raccontato tutto questo piangendo, senza piangere, come fa lei, per non intristirmi, mentre sentiva che la malattia del nonno era soprattutto sua.
Gli altri avrebbero sofferto un po’, certo, quando la morte è di una persona cara, sembra che si avvicini a noi, che ci costringa a fare dei conti, a considerare il tempo, quello passato, quello che ci resta e allora si soffre per chi se ne va, ma anche per quella minaccia di morte che si fa più invadente, più prossima.
Poi, in gioventù, prevale la vita e si pensa che chi se ne va, in età matura, in fondo ha fatto il suo tempo, e poi, il nonno, aveva vissuto bene, aveva fatto quello che voleva (tutti credevano di poter essere sicuri di questo) ed era morto guardando la montagna, il suo più grande oggetto d’amore e insieme il suo oggetto d’amore più grande.
Io non la vidi, quella malattia, mi portarono a salutarlo una sera, quando ormai era evidente che non sarebbe guarito e che la sua fine era ormai prossima.
L’ospedale l’aveva dimesso con quell’etichetta che toglie speranza: era un malato terminale.
Lo portarono nella sua casa, nel suo letto.
La stanza sarebbe stata piena di luce per il grande lampadario di cristallo simile nella fattura alle piccole lampade da comodino, ma non si accendeva la luce, per rispetto del nonno, che spesso stava con gli occhi socchiusi.
Davanti al letto c’era una grande parete con un trompe l’oeil dipinto da un vecchio alpino, amico del nonno.
Non so se si poteva definire di buon gusto, alla nonna non piaceva, ma sembrava che ampliasse la stanza e abbattesse quel senso di chiuso, di nicchia, che, a volte, danno le case.
Forse il nonno non avrebbe potuto amare la nonna se lei lo avesse privato di quella visione.
Dietro quei colori c’era il loro incontro, la loro gioventù, l’amico del nonno.
Quel dipinto affascinava solo zia Adelina: era appassionata di pittura e l’amico del nonno, nei loro brevi incontri, le permetteva, quando era ancora bambina, di usare i suoi colori e di provare a dipingere: “Andiamo a fare un’opera d’arte” le diceva, “andiamo ad esprimere il nostro genio” e lei se ne andava trionfante, lasciando le sorelle ad ascoltare musica o ad altri trastulli.
Certo non fu questa esperienza a tracciare il cammino di zia Adelina, ma qualcosa fece, perché mentre le sorelle si iscrissero a Licei tradizionali, lei volle frequentare una scuola d’arte e finì col collaborare con alcune riviste, appunto come critico d’arte, con sensibilità e intuito.
Nel mondo degli artisti si fece molti amici e in quel mondo ebbe le sue storie più significative.
Le sorelle non condividevano, anzi, consideravano con preoccupazione e disappunto tutte le sue scelte.
Zia Adelina raccontava d’aver sofferto per questo da giovanissima, ma poi d’aver superato la cosa. Erano diverse, le sue sorelle, punto.

In quel tempo i nonni non abitavano con noi.
Più tardi, quando rimase sola, la nonna venne a vivere in casa nostra e occupò la camera degli ospiti.
Noi avevamo un appartamento molto grande, con più camere da letto, che papà aveva ereditato da mio nonno paterno.
Quel nonno non sopportava più la vita in città e si era ritirato in una villetta sul lago di Como, adatta a lui e alla nonna.
In realtà il nostro appartamento era in una zona di Milano abbastanza silenziosa, in un grande palazzo liberty, dotato di un elegante giardino condominiale e servito di portineria. Certo eravamo vicini a viale Sempione e bastavano pochi passi per incontrare il traffico cittadino.

Io avevo goduto poco la compagnia dei nonni paterni e quasi sentivo di avere solo quei nonni che mamma mi aveva tenuto più vicini. Forse per questo, dopo il funerale del marito, la mia nonna materna volle darmi quelle medaglie che lui aveva ricevuto in guerra, arruolato come alpino, e vecchie fotografie che lo ritraevano con lei giovanissima e con alcuni commilitoni.
“Voleva che le tenessi tu” disse, ”perché sei la più giovane ed è ai giovani che dobbiamo consegnare i ricordi, perché nulla vada perduto e qualcosa dia frutti con quel tanto che vorranno aggiungerci di nuovo.”
Anche la nonna morì.
Ci fu tutta la confusione dei funerali in cui comparvero amici e parenti mai visti. Il soggiorno era sempre pieno di gente e la cameriera faceva in continuazione caffè.
C’era perfino la zia Carola (e come avrebbe potuto non venire al funerale di sua madre, lei, sempre perfetta! La sorella maggiore di mamma e di zia Adelina).
Eppure ‘faceva strano’ vederla: non ci frequentavamo mai, poche telefonate scarne e tanti auguri.
Era venuta con i suoi figli, due ragazzi sempre muti di cui la madre tesseva perennemente le lodi. Ricordo che anche nonna si infastidiva un po’ quando c’era zia Carola e ascoltava tutte le meraviglie della sua vita con l’aria di chi pensa: “Ma l’imbroglio dov’è?”
Nonna era relativista.
Io non avevo voluto vederla gravemente ammalata, disfatta e morente, la ricordavo allegra, piena di vita, di coraggio e di buon senso: sembrava capace di sostenere tutti, come aveva fatto il nonno prima di lei.
Il nonno, poi, l’aveva curato lei, da sola e nessuno di noi aveva aspettato e vegliato la sua fine.
Era arrivata per me la prima vera esperienza di lutto.